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Resurrezione

Oggi sono andata all' Auditorium, a Roma, alla presentazione di un libro di Umberto Galimberti "Cristianesimo e modernità". C'era anche Gabriella Caramore, che seguo, da una ventina d'anni, nella sua trasmissione su radio3 "Uomini e profeti", il sabato e la domenica: offre sempre interessanti motivi di riflessione. La Caramore e i suoi ospiti, in trasmissione, in queste settimane che precedono la Pasqua, parlano di resurrezione; nei 10 minuti dedicati alle domande del pubblico, una persona, un uomo più che adulto ha chiesto: "Perché nessuno ci dà la garanzia della resurrezione?". Tutti in sala si sono sciolti in un applauso di simpatia e, forse, empatia. Anche il filosofo Galimberti e la studiosa Caramore si sono divertiti. Per questo avevo pensato di inserire questa piccola nota nella sezione "umorismo"! Ma forse avrei fatto torto alla persona che, con ingenua semplicità, ha offerto la sua debolezza a una platea che si è divertita ma ha compreso e condiviso la fragilità. Si è parlato anche del vescovo di Roma, Papa Francesco, e sono stati ricordati i segni di amabilità, semplicità e franchezza che ha dispensato, senza perdere occasione, a partire da quel "buonasera" in avanti. E oggi, nell'incontro con i giornalisti che hanno seguito gli eventi, dalle dimissioni al l'elezione, ha impartito la benedizione a tutti, compresi i non credenti e i fedeli di religioni diverse. Esplicitamente.

La speranza vale più della garanzia

Grazie della provocazione; propongo solo una riflessione molto semplice, a partire dalla fede cristiana. Sappiamo che sulla risurrezione di Gesù c'è la testimonianza di uomini e donne, raccolta negli scritti del Nuovo Testamento. C'è poi la garanzia indiretta ma importante della vita nuova, che uomini e donne credenti conducono oggi, oltre che nel passato. Ma soprattutto penso che non sia possibile dare una garanzia materiale e diretta della risurrezione: le garanzie riguardano un possesso, la risurrezione un dono; le garanzie riguardano il presente, la risurrezione il futuro predisposto dal Dio affidabile. Che è un Dio sim-patico.

Grazie. Viva la speranza. Sempre viva.

Gentile don Alberto, Enzo Bianchi, priore del monastero di Bose, ha raccontato un aneddoto della sua vita, credo di giovinezza. Un monaco gli chiese perché portasse la croce al collo; "perché sono cristiano" rispose il giovane Enzo Bianchi. Il monaco lo indusse a riflettere su quel simbolo di morte, invitandolo a ricordare Gesù e la sua crocifissione, non lo strumento su cui fu crocifisso. Enzo Bianchi ne fu convinto e non portò più la croce.
Io mi sono spesso chiesta perché i cristiani amino la croce. È l'amore per Gesù che ci sostiene e forse ci farà salvi; non quello per la croce, strumento inerte di dolore sovrumano, dolore che sopravvanza le possibilità dell'umano sentire, dell'umano patire.
Vorrei conoscere il suo pensiero, se per lei e' possibile concedere una sua riflessione al mio caotico mondo interiore. In ogni caso la ringrazio e le auguro una buona Pasqua di resurrezione. Senza garanzie :-)

una preghiera per il carissimo Marcello Pigozzi

Da molto tempo il nostro carissimo amico e fratello Marcello è ammalato gravemente. In questi giorni sta per incontrare il Signore della vita e della risurrezione, alla vigilia dei suoi ventotto anni. L'ambiente di fede e di amore di cui la sua famiglia lo circonda e la libertà che viene da una lunga amicizia permette di chiedere una preghiera attraverso un luogo pubblico come il sito. Anche la vicinanza della morte, anzi forse soprattutto questa ci invita a sperare nella riurrezione, meglio in colui che per noi è risorto dai morti. Cara Signora Gis, apprezzo molto e sollecito i suoi interventi; oggi il mio ministero passa di qui, e da qui le auguro una buona Pasqua!

Solo per stare un po' con voi...

Cari tutti, preziosi come siete, ho pregato, e prego tuttora,nella mia maniera imperfetta, inadeguata, ma forte e sincera.
Il mistero del dolore mi rende attonita. Vorrei capire, ma forse devo arrestarmi: e' il limite oltre il quale albergano vertigine e superbia.
Taccio.
Gis

Marcello incontra il Cristo risorto

Ieri sera Marcello è stato chiamato alla vita eterna; lo affidiamo al Dio della speranza con le mani dei suoi meravigliosi genitori: Elisa e Paolo. Questa sera e domani sera si recita il rosario nella casa di Soave, vicino al campo sportivo, alle ore 21. La celebrazione delle esequie nella chiesa di Soave sabato alle ore 9.15. Uniamoci nella preghiera e nella vicinanza alla sua famiglia.

Croce

Mi risolvo a intervenire perché vedo che non lo fa nessun altro, nonostante l'argomento si succoso. Inoltre mi accorgo che facendo un po' il nottambulo sono entrato nel giorno giusto per parlarne (Venerdì Santo).

Mi stupisco sentendo definire la croce un "inerte strumento di dolore"; certo, uno strumento estremo di supplizio, dal quale erano preservati i cittadini romani, riservato ai peggiori delinquenti o pericolosi nemici dello stato; i due ladroni del Golgota non erano certo ladri di polli; uno strumento che addirittura irride il condannato, lasciandogli l'illusione per qualche tempo di resistere e di anelare ancora un poco alla vita, per poi dover cedere per soffocamento; i due suddetti furono in un certo senso graziati, venendo finiti in anticipo a causa dell'imminente festa. Ma anche uno strumento meno crudele, in quanto tale non può essere certo amato se non da deviati mentali, sadomaso o simili. E non credo che i cristiani possano essere equiparati a pazzi autolesionisti.

Tuttavia la croce non può certo essere "inerte" se non altro perché non a caso è stato lo strumento di supplizio e morte per Gesù, l'estremo modo di rigettare e disprezzare l'Innocente, il Giusto, l'Autore della vita. Quel legno che "innalzato" fuori delle mura della città, e che città, ha mostrato al mondo in Cristo il Volto del Padre. Su di esso, rispondendo alla violenza, all'egoismo, alla sfrenata affermazione di sé di coloro che l'hanno bellamente messo a morte (mettiamoci pure dentro tutti noi), Gesù ha risposto al male con il perdono, non ha recalcitrato entrando volontariamente nella volontà di Dio; è passato dall'IO (cioè il tronco dell'albero) del primo Adamo che ha gustato il frutto della negazione di Dio (Dio non mi ama, non mi dà l'"essere", non "sono"... Dio non c'è!) al TU (le braccia aperte della croce, dove il Cristo con la corona di spine, le sue forze legate, il fianco squarciato, ha sconfitto definitivamente il demonio e le sue "tentazioni nel deserto").

Ma ancor più, se la croce è stata il letto d'amore di Gesù, è anche per noi un talamo PRIVILEGIATO di salvezza, salendo sul quale con Lui vediamo sconfitta la nostra idolatria. Mai scendere dalla croce, si potrebbe soffrire molto! In questo senso perciò si chiude il paradosso: il cristiano DEVE amare la PROPRIA croce... il cristiano è proprio un pazzo!

D'altronde i mali che affliggono con estrema evidenza oggi il mondo (qualunquismo spirituale, pensiero debole, edonismo con le molte conseguenze pratiche come distruzione del matrimonio e della famiglia, disprezzo per la vita nascente o per i deboli in generale con divorzio, aborto, eutanasia) provengono dal rifiuto più o meno consapevole della CROCE.

Coraggio, forse sono più caotico io, mettendo troppa carne al fuoco.

Aggiungo solo che solo nella croce si arriva alla vittoria, il supplizio diventa GLORIA; nelle sue braccia aperte, canta un antico inno, brilla l'AMORE DI DIO.

L'antifona al terzo salmo delle lodi di oggi recita "ADORIAMO la tua croce, Signore, acclamiamo la tua risurrezione. Da questo albero di vita la gioia è venuta nel mondo". Per cui mi pare che il suggerimento del monaco al giovane Enzo Bianchi non fosse altro che un moralismo.

croce e venerdi santo

Ciao Gis, torno proprio adesso da una celebrazione del venerdi santo bella e intensa (non avevo potuto partecipare ieri alla liturgia del giovedì santo, e dunque attendevo in maniera particolare questa celebrazione!). Al centro, la croce di Cristo. Preparata dalle letture, raccontata dal Vangelo di Giovanni, mostrata e onorata in processione dalla comunità. Riecheggiava, in fondo, la tua domanda. E, proprio dal cuore di questo venerdi santo, anche un senso.

Il progetto di Dio sul creato e sull'uomo, nel cuore il progetto di Gesù Cristo tra noi... tutto punta a questa croce, con il suo carico di sangue, atrocità e sofferenza, solitudine, tradimento e abbandono. Eppure punta proprio lì, cercata ed accolta con piena consapevolezza. Questa scelta di Dio Padre ci dice molto anche sul significato della vita e della nostra vita. Ci parla della "nostra croce", le nostre sofferenze, i nostri abbandoni, le nostre miserie, le nostre solitudini. Ma è come se la croce ribaltasse tutto diventando un nuovo punto di vista diametralmente opposto sulle vicende nostre e del mondo in cui siamo immersi. Un punto di vista sorprendente. Chi ha creato il mondo dando vita all'uomo ha scelto esattamente questo passaggio, e Gesù Cristo l'ha cercato ed accolto con tutto il suo carico di sofferenza. Allora non mi toglierei il simbolo della croce di dosso, piuttosto vorrei essere capace di meditarlo e capirlo di più. Anche perchè l'amore, senza croce, forse neppure esisterebbe. Non esisterebbe l'amore di Dio per l'uomo, ne' quello di una madre e un padre per i figli, ne' l'amore tra gli sposi, ne' l'amore per i genitori, l'amore nelle comunità e nel mondo. Perchè l'amore si alimenta nella difficile capacità di donare, donare sempre, donare oltre se' stessi, superando se' stessi, dando se' stessi. E dunque senza croce non esisterebbe neppure la Pasqua, con il suo carico di luce e di speranza. Forse è anche questa intuizione che fin dall'inizio ha motivato i cristiani a indossare con orgoglio questo simbolo tanto ostico.

Grazie, Leo

Torno oggi nella vostra casa virtuale e ti trovo, con parole intense, ricche di umanità e spiritualità, insieme. Davvero te ne sono grata. Le leggero' ancora e rileggero'. Sono le parole di un apostolo del terzo millennio!