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2020/21 - Catechesi Adulti

L'incontro unico per la catechesi degli adulti si terrà alle ore 18,30 a martedì alternati a partire dal 20 ottobre e avrà come testo guida:

IL LIBRO DEL SIRACIDE

E' uno dei libri deutero-canonici accolti dalla Chiesa Cattolica ma non presente nella Bibbia ebraica pur essendo diffusamente conosciuto dalla tradizione ebraica.

L'autore, un certo Ben Sira, visse intorno al 190-180 A.C. nel periodo della dominazione ellenica dei Seleucidi, scrisse il testo in lingua ebraica e suo nipote lo tradusse in greco una cinquantina di anni dopo.

Era un tempo in cui l'adozione dei costumi stranieri era favorita dalla classe dirigente e presto sarà imposta con la forza da Antioco Epifane. Ben Sira oppone a queste minacciose novità tutta la forza della tradizione. Egli è uno scriba che unisce l'amore della Sapienza a quello della Legge. E' fervente nella meditazione della Parola e nelle celebrazioni cultuali.

Il suo intento è quello di dare ai giovani l'istruzione della Sapienza che modella e guida la vita dei credenti. La Sapienza annunciata da Ben Sira proviene direttamente dal Signore, il suo principio fondante è il Timore di Dio; è necessario che gli uomini e le donne comprendano e imparino fin dalla prima giovinezza che solo la Sapienza è in grado di procurare la felicità; essa si identifica con la legge e in particolare con l'obbedienza ai Comandamenti del Signore.

Ben Sira è il rappresentante per eccellenza degli uomini pii del giudaismo che presto saranno pronti a difendere la loro fede contro la persecuzione di Antioco Epifane e che conservarono in Israele le isole fedeli in cui potrà attecchire la predicazione del Cristo.

I detti sapienziali contenuti nel libro, uno dei più lunghi della Bibbia, riguardano le tematiche più svariate; sullo sfondo è il richiamo costante ai Comandamenti, parole di vita che ci giungono direttamente da Dio Il Quale ha tanto a cuore la nostra vita e la nostra felicità da fornirci le indicazioni per non perderle.

In tempi difficili come quelli che stiamo vivendo, con la minaccia ancora presente del Covid e le restrizioni che ci impone unite alla preoccupazione per le gravi conseguenze economiche che ci troveremo a dover fronteggiare, ci sarà di grande aiuto meditare le parole di questo libro per imparare sempre più e meglio a conoscere ciò che è veramente essenziale per una vita buona e felice nell'obbedienza fiduciosa ai comandamenti di Dio Che ci ama e vuole essere il Signore della nostra vita.

La Sapienza nel Nuovo Testamento.

Leggendo il Libro del Siracide e il Nuovo Testamento si ha forse l'impressione di ricevere due messaggi diversi. Nel primo l'accento è posto sui comportamenti concreti e notiamo che la Sapienza è presentata sempre opposta al peccato e alla sua stoltezza, nel N.T. il tema si concentra nella sua sostanza:la Croce di Cristo.

Questo non deve farci pensare ad una opposizione ma piuttosto ad un compimento. Il N.T. ci dà infatti la chiave di lettura giusta ed armonica per comprendere appieno il messaggio, la lente che ci permette di cogliere la Parola di Dio nella completezza della sua verità salvifica.

Cor.1,10-2,8

Nell'ultimo incontro Don Alberto ha commentato il primo capitolo della lettera ai Corinzi dalla quale ha evidenziato delle verità essenziali e concrete per la nostra fede. In primo luogo comprendiamo che dove ci sono divisioni non v'è la Sapienza; contro ogni fanatismo, l'Apostolo ci ricorda che noi siamo di Cristo, battezzati nel suo santo Nome e solo a Lui apparteniamo perché solo Lui è il nostro Salvatore, Colui che morendo sulla Croce ci ha riscattati e redenti.

Sono contrapposte e sempre lo saranno, la sapienza umana che si basa sull'erudizione e sul prestigio degli opinion leaders che esercitano il loro potere a proprio vantaggio e la Croce di Cristo, Sapienza che viene da Dio, potenza creatrice, salvatrice e vivificatrice. Davanti ad Essa scompare ogni sapienza umana che, nella sua presunzione, ha il coraggio di considerare la Croce di Cristo stoltezza scandalosa.

Ciò che è considerato stoltezza di Dio è più sapiente di ogni sapienza umana che resta confusa e annichilita al cospetto del sacrificio di Cristo Che apre alla verità di Dio e la comunica. Bisogna farsi piccoli per ottenere la Sapienza, non la si ottiene per merito o capacità nostra, perché nessuno possa vantarsene, ma è dono esclusivo di Dio a coloro che sono di Cristo. Egli è la Sapienza di Dio che ci giustifica, ci santifica, ci rende liberi!

Giacomo 1,5-16.

San Giacomo sottolinea ancora che la Sapienza è dono che viene solo da Dio, deve essere chiesta nella preghiera fiduciosa, con una fede stabile e non incerta ed ondivaga. Una fede concreta che si manifesta nei comportamenti e nelle relazioni. Beato è chi resiste nella tentazione e non si fa sedurre e trascinare nel peccato dalle passioni che si agitano in lui. Costui riceverà la corona della vita, sarà da Dio glorificato in Cristo.

È evidente la concordanza armonica delle istanze del Siracide con le parole del N.T. Entrambe ci sollecitano a vivere da credenti senza cedere al compromesso, entrambe insistono sui comportamenti e sulle relazioni perché l'uomo è di Dio che in sé è relazione d'amore traboccante.

Sapienza e Libertà

Siracide Cap.15

Il capitolo inizia con l'elogio della Sapienza, siamo invitati a ricercarla e seguirla perché essa apporta infiniti benefici a quanti dimorano in Essa. Attraverso le immagini familiari della madre e della sposa ci è indicato il rapporto stretto fra la Sapienza e il credente che non è un rapporto di servile sottomissione ma di amore-affetto obbediente. Essa diventa pane per la vita e acqua viva per il fedele (possiamo comprendere il valore di questa espressione in riferimento a Gesù Cristo pane per la vita eterna e acqua viva essenziale per l'uomo), chi ad essa si affida sarà stimato e tenuto in considerazione dagli altri esseri umani, non fallirà il fine della sua vita ma riceverà dalla Grazia divina la sua piena identità.

Dal v 11 l'autore espone, con frasi da imprimere nella memoria, una visione integrale dell'uomo, un'antropologia fondata sulla conoscenza del Dio Creatore che fa Alleanza con l'uomo, come ci viene presentato nel libro della Genesi. È una visione che mette l'accento sulla responsabilità individuale senza alcuna possibilità di attribuire ad altri o a Dio stesso il peso delle nostre azioni e delle nostre colpe.

L'uomo voluto e amato da Dio è creato libero, ha davanti a sé la possibilità di scegliere, in effetti sempre sceglie in un modo o nell'altro e la scelta dipende solo da lui. Possiamo osservare i comandi del Signore oppure no, dipende dalla volontà di ciascuno, non dalla possibilità, se Dio ha dato i comandamenti dà anche la forza di seguirli a chi vive nel Suo amore. L'essere umano è costretto a scegliere, non è libero di non farlo la questione è portata fino in fondo per ognuno perché Dio darà a ciascuno ciò che ha voluto:"Davanti agli uomini stanno la vita e la morte a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. "(v17) La vita dell'uomo è chiara davanti a Dio, Egli conosce fino in fondo la nostra realtà, siamo liberi e viviamo al Suo cospetto.

Segno drammatico della nostra libertà è il peccato che rappresenta la corruzione di essa perché la libertà dell'uomo si realizza solo nel compiere la Divina Volontà. Non c'è mistica senza l'etica, la fede si esprime sempre con l'osservanza pratica dei Comandamenti perché il contenuto ultimo della libertà è l'amore.

San Paolo definisce Gesù Sapienza e Potenza di Dio, il progetto di Dio pienamente realizzato perché veramente libero.

A Proposito della Richezza

Siracide Cap. 14

La lettura e meditazione delle parole del sapiente, le frasi pacate, le parole importanti ripetute e riprese, ogni volta con un'aggiunta e un approfondimento, stimolano la nostra riflessione e comprensione ci fanno crescere se docilmente ci lasciamo educare dalla Parola del Signore.

A dispetto di tante nostre beatitudini fasulle, il nostro testo inizia indicando come beato chi non ha peccato con la lingua in primo luogo, egli non è tormentato dal rimorso, cioè dal peccato commesso che torna indietro prima di tutto come rimprovero sulla coscienza. Il peccatore è il vero disperato perché peccato e speranza sono agli opposti.

Continuando la riflessione ci accorgiamo ancora una volta che la spiritualità del saggio è pragmatica e si esplica negli atteggiamenti concreti della vita. Ora è la volta dell'atteggiamento verso la ricchezza: a un uomo gretto, che non capisce la vita, non si addice la ricchezza, non gli serve a nulla. L'avaro non sa goderne, non fa che accumulare per altri che ne godranno al suo posto, ma ne vale la pena?

Chi non sa gestire bene la propria vita si avvita su se stesso facendo del male a sé e agli altri incastrandosi in una spirale di malvagità, invidia, distrazione e disprezzo che gli avvelenano la vita. Guarda gli altri con occhio cattivo e cupido, vuole tutto e alla fine non ha nulla sia perché non sa godere di ciò che ha, sia perché la fortuna gira e il benessere può finire.

In positivo il saggio gode serenamente dei suoi beni senza dimenticare l'elemosina che è la parte di Dio, sempre il Signore deve occupare il primo posto, la carità sia dunque adeguata alle proprie possibilità.

Consapevoli che la nostra vita avrà fine, noi non sappiamo il giorno e l'ora perché non ne siamo i padroni, cerchiamo di essere generosi con tutti; usiamo le ricchezze per fare del bene, senza privarci di ricavare da esse la gioia di soddisfare i nostri desideri legittimi. Da saggi, viviamo con letizia le frequentazioni amicali e gli scambi affettuosi di doni.

Finché viviamo possiamo assaporare ogni cosa bella e buona che la vita ci offre. La morte è il termine invalicabile, è il limite con cui il saggio sa fare i conti, ricordiamo che esso non viene rimosso dalla ricchezza perché non tutto si compra, soprattutto la vita.

L'ultima beatitudine del capitolo evidenzia il rapporto stretto tra il credente e la Sapienza che è la Parola di Dio, egli la ricerca costantemente inseguendola, spiandola, ascoltandola, fondando in Essa la sua casa, abitando in Essa insieme ai propri figli per la riuscita felice della vita.

Non affannatevi per troppe cose

Sir. 11,10-30

Man mano che procediamo nella lettura ci rendiamo conto sempre più della bellezza e della profondità di questo testo sapienziale che sfronda la religiosità dai formalismi per portarla al cuore della vita spirituale affettiva ed effettiva.

Oggi cogliamo l'invito a non affannarci per troppe cose contemporaneamente, in una sorta di bulimia del fare che disperde energie e crea inconcludenza e insoddisfazione. Gli occhi del Signore guardano con benevolenza coloro che sono consapevoli dei propri limiti e fragilità e ci risollevano in modo stupendo dalla nostra povertà.

Impariamo a vivere ogni cosa in Dio, il bene e il male, la vita e la morte, perché gli avvenimenti della nostra vita fanno parte di un progetto di amore e di salvezza. La Legge di Dio è la Sapienza della vita, Egli ci dona la conoscenza della Sua Parola e anche la forza di metterla in pratica, da Lui viene ogni bene.

Gli empi, i peccatori non accolgono questo Dono, si vantano del male e delle tenebre in cui vivono autodestinandosi ad una vita lontano dal Signore. La Grazia di Dio infatti richiede adesione e corrispondenza da parte dei credenti.

Lo stolto accumula ricchezze e in esse ripone la propria sicurezza e la sua compiacenza ma non tiene conto che la vita terrena ha una fine e le ricchezze non servono per la vita eterna. Se vogliamo essere saggi, il nostro impegno nella vita non venga mai meno, anche in vecchiaia facciamo del nostro meglio per condurre un'esistenza operosa nel Signore pur nella semplicità del quotidiano.

Le opere del malvagio spesso appaiono grandiose, non lasciamoci abbagliare, confidiamo in Dio, solo in Lui la nostra sicurezza! Nel giorno della morte il Signore giudicherà le nostre azioni e le persone appariranno agli occhi di Dio e degli uomini nella loro verità e saranno manifestate le opere di ciascuno.

La superbia è il peccato radicale che ci inganna sulla realtà di noi stessi, ci afferra ci schiaccia e ci impedisce di riconoscere la verità.

Completiamo la meditazione leggendo il Vangelo di Luca 12,13-34

Il Governante saggio.

Sir. 10,1-19; 11,1-9

Nel tempo affannoso e concitato in cui viviamo, impariamo dal sapiente il ritmo pacato della riflessione. I capitoli in questione non sono centrati su un comandamento in particolare ma ne toccano più di uno. A tutti i Comandamenti fa da contenitore il primo di essi: "Io sono il Signore tuo Dio, non avrai altro Dio all'infuori di Me." È questa la lente attraverso cui guardare le diverse condizioni e situazioni di vita.

Chi governa è investito da Dio stesso d'autorità perché Egli governa il mondo e suscita l'uomo giusto al momento giusto, ma sappia il Governante che il suo ruolo ha una funzione pubblica e modella la mentalità e l'agire del suo popolo ricadendo a cascata sui suoi funzionari e sul popolo tutto che dalle leggi emanate trae l'idea del bene e del male, del lecito e dell'illecito.

Se il legislatore conosce e medita la Parola di Dio e ricerca la Sua Volontà promuove leggi giuste che educano il popolo al bene e lo fanno prosperare. Chi ricerca il Signore e a Lui dà gloria modera i suoi comportamenti e non cade in preda all'ira. La superbia è radice di ingiustizia e risulta particolarmente odiosa sia a Dio che agli uomini. Essa fa sì che l'uomo si allontani dal Signore, non lo cerchi, non gli stia a cuore e compia azioni contrarie ala Sua Volontà, così diffonde il male che distrugge le persone e le nazioni.

Il sapiente ci invita a guardare il mondo e la condizione umana non fermandosi all'immediato ma con intelligenza ampia e sguardo lungo. Guardando la storia comprendiamo che Dio abbassa i superbi, ( Magnificat) annulla le glorie umane e dà la sua eredità ai miti (beati i miti perché erediteranno la terra).

L'umiltà è l'atteggiamento del saggio, essa lo fa inchinare solo davanti a Dio e lo colloca tra i grandi. Egli non ha bisogno di ostentare ma riveste la grandezza e l'autorevolezza oltre l'aspetto formale ed estetico dell'apparenza. Grandi sono le opere del Signore eppure spesso sono misconosciute benché siano le più stupende e degne di ogni gloria. Impariamo a contemplarle! Il saggio prima di giudicare, riflette, ascolta, non mette a tacere gli altri, non litiga ma mette pace.

Rileggiamo con calma il testo riflettendo su ogni versetto e scopriremo molti riferimenti utili alla nostra vita personale e sociale. Completiamo la meditazione con la lettura di Gc. 3,15-18.

Passeggiando nel giardino dei Comandamenti.

Sir. Cap. 7

Continuiamo il nostro cammino come in una passeggiata nel giardino paradisiaco dei Comandamenti del Signore, dono immenso del suo amore. Il sapiente Ben Sirah ci fa considerare i vari aspetti della nostra vita offrendoci una splendida sintesi di morale familiare e sociale.

In primo luogo la persona saggia si astenga dal compiere il male, esso, come un boomerang, torna a colui che lo fa e si ritorce contro di lui. Inoltre il male ha la tendenza a moltiplicarsi innescando delle dinamiche distruttive difficili da controllare. Per cui astenersi dal male non è solo saggio, ma garantisce la nostra libertà di compiere il bene.

Questa libertà si esplica nella vita politica e sociale e trattiene l'uomo saggio dal desiderio smodato di potere; il potere è lecito se è assunto con la responsabilità e il proposito di difendere ad ogni costo la giustizia e la verità è non si degrada con la corruzione e l'abuso. Chi confida nel potere illecito e nella ricchezza ingiusta commette l'errore fatale di credere che la malvagità e i soprusi resteranno impuniti, pensa di riuscire a comprarsi la salvezza senza passare per la conversione, quasi gli fosse possibile corrompere Dio. Si inganna, perché non resterà impunito!

Il vero culto a Dio si esprime sempre nelle due dimensioni, verticale e orizzontale, inscindibili tra loro, nella preghiera e nella carità che non è la monetina elargita ma la disponibilità e l'accoglienza del prossimo, soprattutto del povero e bisognoso.

La libertà si esprime anche nella scelta delle amicizie, che sia disinteressata, e nel comportamento in famiglia: esso sia di apprezzamento per il coniuge e rispettoso della responsabilità educativa nei confronti dei figli;l'onore dovuto ai genitori si arricchisca della gratitudine: non saremo mai sufficientemente grati ad essi per averci generato, accudito ed educato.

Il culto ben accetto a Dio è quello unito ad un comportamento caritatevole verso tutte le creature, in particolare le più povere ed umili, senza dimenticare i nostri morti ai quali dobbiamo il ricordo grato e la preghiera. Se siamo accoglienti ed empatici con chi soffre nel corpo e nello spirito, avremo su di noi la benedizione di Dio.

A conclusione della nostra passeggiata giungiamo come ad un'altura dalla quale guardare in prospettiva il panorama e da essa scrutare la nostra vita personale: "In tutte le tue opere ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato."

Dalla consapevolezza della realtà della morte può scaturire il saggio orientamento delle nostre scelte e dei nostri comportamenti.

Completiamo la riflessione leggendo Rm.13,8-14.

...ogni relazione trova la sua giusta dimensione.

Occorre ricordare che il saggio è colui che coltiva il timore di Dio e mette al primo posto della sua vita il Signore e l'obbedienza ai suoi comandamenti. Se Dio è al primo posto ogni cosa trova di conseguenza la sua giusta collocazione.

Sir. 4,1-10 concentra la sua riflessione sulla relazione con i poveri, amati da Dio in modo speciale. Prima viene indicata una serie di comportamenti al negativo, essi rendono più esplicito ed incisivo ciò che il Signore ci chiede di fare. Ciascuno si impegni, secondo le proprie possibilità e capacità a non ignorare il povero che chiede, a non rifiutare nulla che sia necessario alla sopravvivenza del bisognoso, a non privarlo della speranza: ciò che neghiamo al povero lo neghiamo a Dio.

In positivo siamo esortati ad ascoltare le richieste di aiuto e a guardare con partecipazione e coinvolgimento le necessità altrui, così come ciascuno di noi anela che Dio lo ascolti e guardi alle proprie necessità. Dio è generoso con tutti e giudica con misericordia, anche noi dobbiamo fare lo stesso ed essere generosi ed empatici con i più poveri, usare nei rapporti con essi la stessa benevolenza e senso di responsabilità del padre di famiglia che si prende cura dei suoi. Chi ama il prossimo e si fa prossimo al povero, è l'oggetto diretto dell'amore di Dio.

A completare la nostra meditazione leggiamo la lettera di san Giacomo 2,1-12 che ci ricorda le istanze evangeliche.

Sir. 5,1-10
Torna in questi versetti il tema centrale in diverse varianti del primo comandamento. Con espressioni che dovremmo incidere indelebilmente nella memoria e soprattutto nel cuore, il sapiente ci raccomanda di astenerci dalla superbia e dalla presunzione di autosufficienza, di imparare a dominare le passioni e non assecondarle con comportamenti violenti che sfidano l'ira di Dio.

Lo stolto si approfitta della pazienza di Dio, aggiunge peccato a peccato convinto di farla franca, pensa di restare impunito ma si inganna. Il Signore è paziente, non scatena subito il suo sdegno, vuole dare tempo al peccatore di convertirsi. Approfittiamo di questo tempo di grazia e di misericordia per tornare a Lui e ottenere il suo perdono.
Oggi è il giorno della nostra conversione, non attendiamo oltre e diamoci da fare per vivere da Cristiani! Invece di confidare nelle ingiuste ricchezze, che non giovano alla nostra salvezza, usiamole per farci degli amici che testimonino a nostro favore davanti a Cristo giudice.

Illuminiamo il tema con la lettura del Vangelo Lc. 12,16-20

Se Dio è al primo posto...

Sir. 3

La riflessione proposta in questo capitolo del libro del Siracide è un esemplare richiamo al primo e al quarto Comandamento. I vv 18-31 riguardo al primo dei Comandamenti, ci rende esplicito quello che deve essere il primato di Dio nella vita dell'uomo, in un ininterrotto cammino di conversione che pone sempre Dio al primo posto.

Il credente è chiamato all'umiltà e alla mitezza, ad abbandonare ogni prepotenza e presunzione perché solo dagli umili Dio riceve la gloria, non dal superbo che si fa grande, ma dal grande che considera la propria piccolezza di fronte a Lui. Con espressioni vi via più esplicative il nostro sapiente ci porta a scoprire come nella superbia e nella presunzione sia la radice del peccato: attenti a non rischiare sull'orlo delle tentazioni, a mantenersi entro i limiti perché è un attimo cadere nel peccato e poi...uno tira l'altro. Tuttavia c'è la via maestra che porta all'espiazione dei peccati, è l'elemosina: muovere il proprio cuore per qualcuno ci fa uscire dalla nostra superbia ed estingue il peccato, come l'acqua spegne il fuoco. Lo stesso insegnamento risuona in Lc. 1,46-55 Il Magnificat;18,9-14 il fariseo e il pubblicano e dal Vangelo prende luce e spessore.

Intimamente legato al primo, troviamo il quarto Comandamento: Onora il padre e la madre; su di esso si soffermano i vv 1-17 del nostro capitolo. Se onori Dio e dai a Lui il primo posto comprendi bene perché devi onorare i genitori che vengono subito dopo di Lui nella scala gerarchica. Ai nostri giorni parlare di gerarchia fa sorridere, si tratta purtuttavia di un rispetto dei ruoli fra le generazioni che fa crescere e consolida la famiglia e con essa la società.

Onorare il padre e la madre ha lo stesso effetto di espiazione dell'elemosina, non solo espia i peccati ma, unico fra i Comandamenti reca con sé la benedizione piena di Dio. Questa consolida la famiglia, sicché la benedizione del,Signore scende attraverso i genitori alle generazioni successive perpetuandola. Viene richiamata l'indulgenza e la tenerezza necessarie per soccorrere e onorare i genitori nella loro vecchiaia, nonostante le fragilità e i difetti personali. Questo è gradito al Signore e otterrà il perdono dei peccati; non è possibile onorare Dio e abbandonare i genitori nel bisogno. Ancora una volta veniamo chiamati alla mitezza nelle relazioni umane, sopratutto con chi ci ha generato. Beati i miti perché erediteranno la terra!

Dopo aver letto il capitolo, completiamo la meditazione col Vangelo: Mc.7,8-13.

Perseveranti Nella Prova

Sir.2

Il nostro autore mostra tutto il suo realismo presentandoci una fede non ieratica e formale ma calata concretamente nella vita pratica. Se qualcuno pensa che la fede sia un rifugio per preservarsi dalla sofferenza e dalle difficoltà, una sorta di assicurazione sulla vita, deve subito ricredersi e rendersi conto che per tutta la vita sarà sottoposto alla prova.

Le tentazioni si presentano come difficoltà che capitano in ogni situazione e contesto di vita e rischiano di farci cadere in confusione e di farci perdere l'orizzonte. Il credente sappia che la prova c'è e ci sarà sempre, capita quando meno se l'aspetta nelle situazioni più impensate, fa parte della vita ed è la verifica della fede che viene provata col fuoco come si fa con l'oro.

Chi ama Dio non si lascia deviare, non perde la fiducia ma sopporta con pazienza e perseveranza sicuro che il Signore non gli farà mancare il suo aiuto e gli donerà la sua ricompensa. Il rischio è quello di voler affrettare i tempi e perdere la speranza nella lunga durata delle prove. Non è difficile iniziare un cammino di fede, la difficoltà vera sta nel perseverare costantemente fino all'esito finale senza lasciarsi turbare, senza perdere la fiducia nel Signore clemente e misericordioso, che non abbandona mai colui che crede in Lui.

Guai agli ondivaghi, a coloro che tengono un piede in due scarpe, chi non ha fede non avrà protezione. Beato colui che teme il Signore e obbedisce alla sua Parola, che da essa si lascia istruire e guidare. Quando il Signore vorrà visitarci in qualsiasi momento della vita o alla fine di essa, possa trovarci fiduciosi e perseveranti nella prova e umili al suo cospetto, pronti a ricevere il dono della sua Grazia.

Possiamo approfondire la meditazione leggendo 1Pt1,6-9; Mt 10,22.

Il Timore di Dio è il principio della Sapienza.

Sir. C1

Non vi è sapienza all'infuori di Dio, Egli è Il Sapiente e dona la Sapienza alle sue creature, nell'atto creativo e attraverso
la sua Parola. Nelle parole del sapiente è Dio che ci parla, Egli, creatore e confine della Sapienza, non l'ha tenuta gelosamente per sé ma l'ha effusa su tutte le sue opere e l'ha donata con generosità agli uomini.

Espressione della Sapienza è il Timore di Dio che, mi piace ricordare, non è la paura del castigo ma l'amore che la creatura corrisponde al suo Creatore e che si esprime con l'obbedienza ai Comandamenti della Legge mosaica. Il primo comandamento recita: "Amerai il Signore tuo Dio...", quel Dio che dona generosamente chiede che contraccambiamo il suo amore con l'ascolto e l'obbedienza alla sua Parola.

La Sapienza è già donata all'uomo fin dalla sua creazione e vi rimane, nessuna azione umana può sradicarla, chi la coltiva e ne segue gli insegnamenti sarà felice in vita e in morte.

Se desideriamo la Sapienza osserviamo i Comandamenti del Signore e lasciamoci docilmente istruire dalla sua Parola.